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Editoriale
Le politiche sociali: motore di sviluppo del territorio

Sono tra coloro che giudicano il "welfare state" la più grande conquista del novecento. Vedo nelle politiche sociali, intese come articolato sistema di servizi, il luogo dove si concretizza un modello di società inclusiva e solidale, che è l'esatto contrario della società "degli individui soli" e degli "egoismi", nella quale la libertà individuale schiaccia la responsabilità singola e collettiva. Richiamare oggi questi valori di riferimento non appare per nulla scontato. C'è in effetti una certa confusione nel dibattito contemporaneo, poichè tutti, a parole, si dichiarano a favore delle politiche sociali, ma poi si vede nei servizi alla persona (asili nido, comunità per anziani, servizi alla prima infanzia, politiche dell'immigrazione ecc..) sempre e solo un costo. Un costo da tagliare. Intendiamoci: oggi il problema delle risorse economiche è un problema vero. Ed è un dovere, direi quasi morale, per un amministratore chiedersi come rendere sostenibile nel tempo questa complessità di servizi, come coniugare efficacemente "solidarietà ed economicità". Ma, un conto è guardare con coraggio al nodo della sostenibilità economica, un altro conto è nascondere dietro al bisogno di risparmio un'idea di società individualista, che finisce per accentuare le disuguaglianze e che rimanda ad un concetto di solidarietà nel senso assistenzialistico e compassionevole. No, è possibile razionalizzare la spesa senza rinunciare al welfare. È possibile razionalizzare la spesa complessiva delle Amministrazioni Pubbliche, a patto di darsi delle priorità di intervento. Questione di scelte politiche, non c'è dubbio. ott06-pag03edit
Ora, razionalizzare senza rinunciare al welfare, si diceva. Bene, ma quale welfare? Occorre fare un salto culturale, come amministratori e come comunità: da un lato abbandonare definitivamente l'idea delle politiche sociali come misure risarcitorie e riparatorie rispetto ai guasti provocati dal mercato (assistenzialismo rivolto esclusivamente ai più sfortunati) e dall'altro puntare su una gestione partecipata del welfare. E qui dentro, signori miei, ci sta un lavoro impegnativo, al di là delle belle formule.
Ciò significa, innanzitutto, che dobbiamo assumere le politiche sociali come motore di sviluppo, di crescita economica e di occupazione. Le politiche sociali non sono solo strumento importante di redistribuzione delle ricchezze, non danno solo una risposta concreta ai bisogni delle famiglie e dei cittadini (tutti noi siamo potenziali "clienti" dei servizi sociali, in certe fasi della vita), ma le politiche sociali sono anche un vero e proprio volano di sviluppo economico del territorio locale e del Paese. Sono un investimento. Dobbiamo superare ogni scissione tra politiche economiche e politiche sociali. È dimostrato, oramai, che i territori più competitivi ed economicamente più vivaci sono quelli in cui c'è una rete forte di servizi alla persona, di welfare, di cultura. Ma questo, va da sé, comporta innovazione, efficienza, efficacia nellaprogettazione e nella gestione dei servizi sociali. E verifica della qualità. E allora veniamo alla seconda importante sfida culturale: la gestione partecipata del welfare.
Di fronte al moltiplicarsi dei bisogni e di una sempre più complessa domanda sociale, non è più possibile delegare all'Istituzione Pubblica l'unica risposta possibile. Dobbiamo uscire dalla logica di un welfare che coincide esclusivamente con il sistema di interventi sociali pubblici (e sanitari, perché non dimentichiamoci la grande sfida dell'integrazione socio-sanitaria, ancora tutta da completare!). Il welfare deve essere sempre più un "welfare community", cioè della comunità. Questo significa che tutti si devono sentire coinvolti, cittadini, associazioni, attori sociali ed economici. Ma in particolare, secondo lo spirito della legge 328, al Terzo Settore tocca saper giocare un ruolo attivo e innovativo. Qui cade la sfida della coprogettazione, che è anche moderna capacità propositiva, che è anche assunzione di responsabilità, che è anche riconoscimento reciproco dei ruoli nella pari dignità. È la sfida ad uscire dai propri recinti, per un vero lavoro di rete.
I servizi sociali del Comune di Aosta sono nati nel 1972. Nel guardare in avanti, alle sfide dell'oggi, questo ricco "welfare cittadino" rappresenta un patrimonio prezioso. Da non disperdere.

Giuliana Ferrero
Assessore alle Politiche sociali