feb06-pag16

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L'ambiente, questione europea scottante


di Laura Riello


I l 2006 promette di essere un altro anno impegnativo sul versante della lotta al cambiamento climatico. Una nuova e ampia relazione di valutazione dell'Agenzia europea dell'ambiente (AEA) illustra le numerose sfide che l'ambiente europeo deve superare. "L'ambiente europeo - Situazione e prospettive 2005" è la terza relazione di questo tipo prodotta dall'AEA. La valutazione segnala i problemi esistenti, propone soluzioni e permette ai decisori politici UE di fare le scelte più corrette in campo ambientale negli anni successivi.
L'edizione del 2005 offre un quadro inequivocabile. I quattro anni più caldi mai registrati sono stati il 1998, e tra il 2002 e il 2004. L'Europa sta subendo un cambiamento climatico di una portata mai vista negli ultimi 5.000 anni, come testimonia la situazione dei ghiacciai alpini, che si sono ritirati del 10% nella sola estate del 2003: di questo passo, i tre quarti dei ghiacciai scompariranno prima del 2050. Le temperature medie europee sono aumentate di 0,95°C nel corso del ventesimo secolo e la loro scalata non accenna a fermarsi.

L'impronta europea
La relazione evidenzia che negli ultimi anni la legislazione europea ha raccolto vari successi in campo ambientale: il tasso di rifiuti riciclati è ad esempio raddoppiato, mentre aria e acqua ora sono più pulite. Tuttavia, il nostro stile di vita sta intaccando i progressi compiuti. Viviamo più a lungo e l'aumento di viaggi e importazioni da altri continenti fanno sì che l'Europa lasci la propria "impronta" ambientale ben oltre i suoi confini. Nel solo vecchio continente, una porzione di terra di dimensioni pari a tre volte il Lussemburgo è stata erosa dallo sviluppo urbano nel decennio 1990-2000. Il 75% della popolazione vive nel 10% urbanizzato del territorio europeo.
La diminuzione del livello di smog e piogge acide ha contribuito a migliorare la salute degli europei, che però sono ancora esposti a una vasta gamma di sostanze chimiche inquinanti contenute negli alimenti e nei beni di consumo che consideriamo "innocui". La relazione impiega in totale un sistema di 37 indicatori ambientali per valutare l'ambiente e l'impatto delle politiche. Ciò che emerge è che stiamo consumando a un ritmo non sostenibile le risorse naturali come l'acqua, le riserve ittiche e il suolo.

Meglio prevenire che pagare
Nei decenni a venire, le emissioni globali di gas a effetto serra, causa del riscaldamento globale, continueranno ad aumentare. Entro il 2071 un'estate su due sarà calda quanto la più calda mai registrata finora: quella del 2003. In aumento anche le calamità meteorologiche. Non tutte le regioni saranno colpite allo stesso modo: nei paesi del Mediterraneo, ad esempio, si prevede che le precipitazioni pluviali diminuiranno del 20-40% nei mesi estivi entro il 2080, comportando danni all'agricoltura e l'aumento del rischio di incendi boschivi.
Il Comitato intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) stima che un aumento della temperatura di 2,5°C potrebbe comportare in futuro una spesa pari all'1,5-2% del PIL mondiale. Inoltre, l'Istituto tedesco per la ricerca economica (DIW) ritiene che il mero aumento di 1°C della temperatura globale si tradurrebbe in un danno economico pari a oltre 1.500 miliardi di euro l'anno entro il 2050.

Strategie per il futuro
A partire dal 2012 - termine del primo periodo di adempimento del Protocollo di Kyoto - un obiettivo di fondo sarà quello di limitare l'aumento della temperatura globale a 2°C: oltrepassando questo tetto massimo, gli effetti del clima sugli ecosistemi, sulla produzione alimentare e sull'approvvigionamento idrico aumenterebbero in modo veramente sensibile. Un'economia eco compatibile dovrà essere diversa da quella attuale e il settore energetico sarà dunque chiamato a operare adeguamenti di grande portata. Nessuna tecnologia, se presa individualmente, potrà comunque fornire tutte le risposte: una situazione che lancia una sfida senza precedenti all'innovazione dei prossimi cinquant'anni. Gli Stati membri saranno chiamati a incrementare gli stanziamenti per la ricerca, crollati negli ultimi anni, in particolare nei settori dell'energia e dei trasporti.

Il diritto di sapere

Una recente indagine "Eurobarometro" rivela che il 70% degli europei ritiene che le questioni ambientali siano importanti al pari di quelle economiche e sociali. Ora, sulla base del principio che il coinvolgimento dei governi non è sufficiente e che l'impegno della società civile è essenziale, nel dicembre del 2004 i ministri dell'UE hanno dato il via libera alla ratifica della Convenzione di Aarhus, che trasforma di fatto i cittadini europei in "sentinelle verdi", garantendo loro un peso maggiore nei processi decisionali relativi all'ambiente. Essa delinea una serie di norme volte a promuovere il loro coinvolgimento diretto nelle questioni ambientali e a migliorare l'applicazione delle leggi in materia.
Innanzitutto, i cittadini hanno il diritto legalmente riconosciuto di accedere alle informazioni ambientali in possesso degli enti pubblici, che comprendono un ampio ventaglio di argomenti (la qualità dell'aria e dell'acqua, l'energia e i livelli di rumore, le politiche e i piani di sviluppo) e le loro conseguenze sulla salute, sulla sicurezza e sull'ambiente.
In secondo luogo, la Convenzione incoraggia i cittadini a prendere parte alle politiche e ai processi decisionali relativi all'ambiente e invita gli enti pubblici ad adottare le misure del caso. Ciò consente ai cittadini di fare sentire la propria voce, ad esempio, su progetti di ampio respiro quali la costruzione di stabilimenti industriali, linee ferroviarie, autostrade e aeroporti.
Infine, consente ai cittadini di fare ricorso al tribunale o qualsiasi altro organo competente se ritengono che il loro diritto di accesso alle informazioni o di partecipazione sia stato leso.