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Direttiva Bolkestein: le ragioni del dissenso


di Laura Riello


Con ventitré voti favorevoli, il Consiglio comunale aostano ha approvato una mozione dal gruppo Verdi per la Città che dà mandato alla Presidenza di aderire all'Associazione "Enti Locali Stop Bolkestein - Stop Gats" per il ritiro della Direttiva europea Bolkestein, promuovendo contestualmente, attraverso il Consorzio degli Enti Locali Valdostani (CELVA), l'adozione di analoghe iniziative presso le altre amministrazioni comunali della regione.
Ma in che cosa consiste e cosa implica l'adozione di questa Direttiva?
Secondo le intenzioni annunciate nella Direttiva Bolkestein - dal nome del Commissario europeo per la Concorrenza e il Mercato Interno dell' uscente commissione Prodi - che sarà votata in seduta plenaria dal Parlamento europeo nei primi mesi del 2006, si tratta di un provvedimento teso a "diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività dei servizi per il mercato interno".
Elaborata sulla base della consultazione che ha interessato oltre diecimila aziende europee, una volta in vigore imporrà ai venticinque Stati membri dell'Unione europea le regole della concorrenza commerciale ad ogni attività di servizio, intendendo quest'ultimo come "ogni attività economica che si occupa della fornitura di una prestazione, oggetto di contropartita economica", determinando, quindi l'obbligo per tutti gli Enti locali, di privatizzare tutti i servizi.
L'idea di fondo è che l'Europa debba privatizzare nel mercato interno per poter pretendere, all'interno dei negoziati per l' Accordo generale sul Commercio dei Servizi (GATS), la privatizzazione delle prestazioni nel resto del mondo. La proposta non distingue le varie tipologie di prestazione. Valuta quindi i servizi di interesse generale: le cure mediche, la cultura o l'istruzione come servizi economici in concorrenza, alla stessa stregua della riparazione di un elettrodomestico.
Ma la Direttiva Bolkestein si spinge oltre, dando il colpo di grazia a quel che resta del "modello sociale europeo". Il nucleo centrale è riportato nell'art. 16 relativo al "principio del paese d'origine". In base a questa regola, un fornitore di servizi è sottoposto esclusivamente alla legge del paese in cui ha sede l'impresa e non a quella del paese dove fornisce il servizio. Per dirla meglio: un'impresa polacca che distacchi lavoratori polacchi in Francia o in Belgio, non dovrà più chiedere l'autorizzazione alle autorità francesi o belghe se ha già ottenuto l'autorizzazione delle autorità polacche. A quei lavoratori si applicherà solo la legislazione polacca. Quindi, un'impresa può assumere i lavoratori e poi trasferirli in un altro stato, mantenendo leggi, contratti, norme di sicurezza e di controllo del paese d'origine.
Si tende così a favorire la "precarizzazione" del lavoro all'interno dell'Unione Europea e il dumping sociale - ovvero il mancato rispetto delle leggi e dei contratti di lavoro - dando vita ad una forma di concorrenza sleale fra Paesi. I lavoratori sono assunti nei paesi a più basso salario e con meno diritti e poi trasferiti per lavorare nei paesi ove i contratti di lavoro sono migliori, senza che questo produca alcun mutamento rispetto alla qualità della loro vita. Una maniera per vanificare i contratti, le norme di legge e di sicurezza, creando un meccanismo di concorrenza selvaggia tra imprese e lavoratori e favorendo la "delocalizzazione" delle aziende verso i Paesi a più debole protezione sociale. In barba, per di più, alla "pratica dell'armonizzazione" fra le normative dei singoli Stati propugnata dalla stessa UE.
Configurandosi poi come direttiva "orizzontale" e non nominando alcun settore in particolare, si applica ovunque sia possibile l'apertura di un mercato. Ne deriva una deregolamentazione dell'erogazione dei servizi che limita di fatto le possibilità d'intervento degli enti locali, riducendo la loro capacità di disciplinare, o di controllare, le attività dei servizi sul proprio territorio.
In pratica, si rimette in discussione il potere discrezionale delle autorità locali poiché, gli ostacoli "burocratici" alla competitività che la direttiva si prefigge di eliminare consistono in larga parte in quelle disposizioni prese dai poteri pubblici per migliorare la prestazione del servizio, in termini di garanzie sociali ed ambientali, di trasparenza delle procedure, di qualità ed accesso universale del servizio, di diritti del lavoro, di contenimento delle tariffe.
Prima di creare un mercato interno di prestazioni senza ostacoli, occorrerebbe, forse, predisporre una direttiva sui servizi d'interesse generale che consenta agli Stati membri di definire a livello europeo l'adozione di regole minime in tutti quei settori essenziali a garantire una vita dignitosa alle proprie cittadine e cittadini.